La mano verde della medicina

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Questa breve presentazione di un’ opera, il cui contenuto mi è apparso estremamente per un Farmacista, vuole essere un invito per tutti i Colleghi affinché il lavoro del dott. Giorgio Perotti, condotto su base rigorosamente scientifica, sia di stimolo per riscoprire la validità della fitoterapia.
L’uomo si è lasciato troppo abbagliare dalle luminose conquiste della medicina e, sommerso dalla civiltà industriale e consumista, ha troppo confidato in essa.
Sta a noi Farmacisti far prendere coscienza delle immense possibilità terapeutiche che la natura ancor non ci offre. L’arte fitoterapeutica è complessa, quindi il giudizio, scientificamente fondato, è difficile: spetta ad ognuno di noi, quali operatori sanitari, farsi promotori di una logica e giusta integrazione della salute dell’uomo nella Natura, poiché oggi più che mai, stiamo riscoprendo il rapporto Uomo-Natura.
Per praticare il difficile compito di curare, la scienza deve anche conoscere la fitoterapia senza preconcetti od atteggiamenti aprioristicamente ostili.
Applicare la fitoterapia senza base scientifica è assurda pretesa ed un tale atteggiamento appartiene solo all’ empirismo.
Al dott. Perotti, ricercatore e scopritore in Fitoterapia di fama internazionale, il nostro sentito ringraziamento per questa opera, che ci riporta alla mente il versetto dell’Ecclesiaste: “ALTISSIMUS CREAVIT DE TERRA MEDICAMENTA ET VIR NON ABHORREBIT ILLA„.

Dalla presentazione di Michele Maggiora


Indice dei Capitoli

Parte prima
Presentazione
Piante descritte da Alkekengi a Zucca
Le composizioni
Le affinità sinergiche
Suggestive ipotesi di un maestro
Indice analitico
Indice delle piante descritte
Indice delle piante citate

5
7
63
65
68
73
79
81
Parte seconda
Piante medicinali di tutto il mondo con indicazione e dose

83
L’età dei veleni
Fotografie
139
142 – 144

Pagine scelte ROSMARINUS OFFICINALIS L.
Rosmarino, ramerino

Piccolo e medio arbusto, a seconda del sito da 0,20 a due metri, ramoso o dal portamento eretto, sempreverde; le foglie sono opposte, subsessili e di forma ericoide, coriacee e con i bordi ripiegati al di sotto. Sono lucide e verdi brillanti sulla pagina superiore e biancastre e tomentose sulla inferiore. I fiori di un azzurro trasparente sono disposti a coppie nella ascella delle foglie o in grappoli terminali: gli stami sono due con una sola loggia fertile. L’odore che emana da tutta la pianta è aromatico, canforaceo e mnemonico (si fissa cioè facilmente nella memoria).

Si utilizzano le sommità fiorite o il legno dei rami più grossi.

Chimicamente il rosmarino si può definire di composizione complessa anche perché essa varia sensibilmente da luogo a luogo facendo ipotizzare nella specie razze chimiche (Perotti). Tra i principi più interessanti ritroviamo le sostanze polifenoliche come i pigmenti flavonici, l’acido rosmarinico piuttosto abbondante (3-4%), derivati triterpenici, borneolo, pinene, canfene, vitamine in proporzione notevole per una labiata.

L’impiego è come stimolante le ghiandole corticosurrenali e questa azione pare dovuta all’acido rosmarinico unito a piccole quantità di apigenina (derivato del flavone contenuto nel rosmarino): le ghiandole corticosurrenali producono in particolare il cortisone ben noto ormone di difesa.

Ha anche azione diuretica marcata specialmente quando è raccolto durante la stagione invernale: questa azione è comune alle piante ricche in pigmenti flavonici come il rosmarino.

La dose varia a seconda del gradimento personale, trattandosi di un vegetale innocuo: in genere si consiglia la tisana al 20% (quattro grammi per tazza) presa prima del riposo o al mattino a digiuno.

Il rosmarino (rugiada di mare come indica il nome) è tra le piante più anticamente usate a scopo terapeutico: sacro presso molti popoli come ad Atene, Roma, Tebe, Tarquinia, esso veniva durante le cerimonie portato in processione avvolto attorno alla vita e al capo. Nelle isole mediterranee rami fossilizzati sono stati trovati tra pietre lavorate della età neolitica.

Orazio lo cita in qualche verso facendo riferimento alle sue qualità magiche; i medici arabi, che riuscirono per primi a distillarne l’essenza, curavano con essa quelle forme di prostrazione che oggi chiameremmo astenie e la fornivano ai loro guerrieri.

Madame de Sévigné, in una lettera indirizzata a sua figlia, consiglia l’acqua di rosmarino come tonico nei periodi di tristezza. Ricordiamo ancora che gli Alchimisti raccoglievano sul rosmarino la rugiada della notte per procedere con essa alle loro lunghe e ripetute distillazioni.

SUGGESTIVE IPOTESI DI UN MAESTRO.

Sopra un masso corroso dal vento, a pochi metri sul mare, una pianta di rosmarino già annosa si accartoccia sull’unica fessura dove ha stretto le sue radici: in quella fessura, durante la notte, qualche goccia di rugiada stillerà da quelle labbra verdi che sono le foglie per toccare, umida carezza, quelle misteriose radici, pietra nella pietra.

Il sole è a picco, il vento teso e secco, il calore una vampa: cosa attacca alla vita quel Rosmarino?

Avrà vissuto trent’anni, un fusto ritorto lungo non più che un palmo, pochi rametti a fior di roccia, 100 foglie aguzze piantate nel legno: intorno un arido deserto, una pietraia bruciante. Cosa fa vivere quel rosmarino?

È con me un venerabile botanico di Genova che mi fa da guida nell’Isola: sfiora con una mano quel seccume e subito l’aria è sferzata da un profumo ribelle al vento, ricco di forza straordinaria, dominatore.

Ecco, la vita della pianta è certamente più forte di quel soffio aulente, ma non cessa di distillarlo e par che si nutra di esso.

Il mio compagno osserva che quel profumo distillato è l’ultimo prodotto dell’officina vegetale, l’ultima raffinazione che traspira nell’aria per modificarne la composizione quando essa entra in contatto con le molecole che realizzano la fotosintesi: la sintesi della vita. Aggiunge che i principi vitali sono i più labili, i più gelosamente celati, i più irraggiungibili: anche gli oli essenziali che noi riusciamo a produrre non sono altro che sostanze grezze in via di trasformazione, non ancora compiute benché vicino ad esserlo, ormai spente per il nostro intervento. Da ciò consegue, secondo il mio venerabile maestro, che ogni cura vegetale per dare il massimo dovrebbe essere attivata con piccole dosi di “profumi vivi” presenti in ogni pianta anche se da noi non percepiti.

Capisco: ciò che noi riusciamo a rubare alle erbe e agli alberi, non sono altro che i prodotti più grezzi che ritroviamo poi nella nostra tisana. Certamente attivi per combattere numerose infermità, specialmente quando sapientemente uniti, potrebbero esserlo notevolmente di più se attivati da minime quantità del prodotto finale al quale la natura li ha destinati.

Mentre scendiamo tra macchie di lentischi e di arbuti verso una piccola cala ribollente d’azzurro, chiedo alla mia vigile guida se è possibile e lecito conoscere il modo di ottenere quelle “piccole dosi” alle quali aveva fatto cenno: non mi risponde, ma dall’impassibilità del suo viso comprendo che ho sfiorato una verità che non avrei toccato.

Raccoglie un rametto di stachis di cui faccio a tempo a percepire l’intenso aroma, lo mette in bocca appoggiandolo appena alle labbra e subito lo getta: “se mi curassi con la stachis”, dice, “sarebbe più semplice ottenere quella piccola dose attivatrice”. E vedendo un’ape iridescente nel sole si forma un attimo prima di concludere : “essa sa per istinto unire ai prodotti grezzi il profumo che crea la regina”.

Siamo nel frattempo giunti al mare della cala ed il vento gagliardo copre di spuma i nostri visi: un marangone si alza in volo sfiorando le onde agitate mentre i gabbiani sopra di noi scivolano, bianchi, nel turchino cielo.